Si può giocare mutuando l’antico detto popolare e sorridere insieme a Mattia, perché le rose e i rosé non hanno mai smesso di fiorire.
«Qui tutto è pastello, i toni sono quelli dell’acquerello. È l’effetto della luce, il riflesso dell’acqua del Lago di Garda che impatta sul vino», racconta. Mattia Vezzola guarda dove in genere non si vede: racconta di aver imparato ad unire i puntini per capire le cose: il suo rosé non è un vino, è un modo di vivere: «Il rosé è un antidoto al formalismo: è un vino trasversale, chi beve rosé è gentile.
«Bere rosé è un modo di rallentare, di cedere il passo, di salutare con un buongiorno». In un’Italia enologica tradizionalmente dominata da rossi strutturati e bianchi blasonati, Mattia Vezzola ha intrapreso una strada diversa, affascinante e coraggiosa: fare del rosé un vino nobile, profondo e longevo.
Alla guida di Costaripa, storica cantina della Valtènesi fondata nel 1928, Vezzola ha costruito nel tempo una vera e propria visione culturale del rosé, anticipando una tendenza che solo di recente ha trovato riconoscimento su scala internazionale. Il rosé secondo Mattia Vezzola Il suo approccio si fonda su un principio chiaro: per creare grandi rosé serve la stessa cura e lo stesso rispetto riservati ai migliori Champagne.

Da qui nasce il concetto di «rosé da viticoltura dedicata», espressione che racchiude una filosofia basata su selezione rigorosa delle uve, tecniche artigianali di vinificazione, fermentazioni nobili in legno e un’attenta gestione del tempo.
Questo pensiero ha attraversato i confini italiani fino a raggiungere la Provenza, patria indiscussa del rosé. Nel 2025 Mattia Vezzola è stato il primo enologo italiano invitato a parlare al prestigioso convegno “Matinée Technique”, organizzato dal Groupe ICV, istituzione leader nella ricerca enologica francese.
L’articolo integrale di Sara Missaglia è stato pubblicato sul numero di Wine and Travel di ottobre 2025. Per continuare a leggerlo, acquista il giornale.

